Da Famiglia Cristiana
Rivista settimanale italiana
Anche Matera era un’oasi
18 gennaio 1995 n. 3 (pag. 60-65.)

L’architetto Pietro Laureano ha fatto una straordinaria scoperta: i “giardini” che fioriscono nel deserto non sono un miracolo della natura, sono opera dell’uomo.

Chi di noi si è costruito un presepio, probabilmente si è anche disegnato la sua oasi: una piccola palma di velluto e sughero, un laghetto per il cammello di plastica e i Rè Magi che passeranno di lì per ristorarsi nel lungo cammino verso Betlemme. Chi l’ha fatto avrà anche usato l’immaginazione per raccontare aisuoi bambini di quei giardini profumati che, dono gratuito della natura, fioriscono quasi miracolosamente in tutto l’Oriente, in Palestina come nel cuore del Sahara. II tutto secondo l’immagine iconografica più comune.La realtà è invece più com-plicata e infinitamente più affascinante. Lo ha spiegato ai Venerdì letterari torinesi (appuntamenti che si ripetono il sabato a Firenze e poi a Milano, a Roma e a Bari) Pietro Laureano, un giovane architetto di Matera. Partendo dallo studio del fenomeno oasi ha scoperto, molti anni dopo, le stesse strutture che aveva studiato in Africa, proprio nella sua città natale, fra quei sassi per i quali si invoca la protezione dell’Unesco. Un itinerario affascinante che ha raccontato in un libro dal titolo Giardini di pietra, edito da Bollati Boringhieri. In quel percorso culturale ha compreso che le oasi non sono un dono casuale della natura, ma una fantastica opera di architettura e ingegneria che può risalire addirittura al 6000 avanti Cristo. A rivalutare questi ingegneri del neolitico, dallo Yemen alla Giordania, dall’Algeria alla Lucania, alla Sardegna, e a riscoprire i segreti tecnologici delle loro straordinarie trovate. Laureano ha dedicato la sua vita e le sue lotte contro le più volgari e sciocche speculazioni edilizie.

L’occasione gli arriva dopo la laurea conseguita a Firenze, quando il governo algerino invita un gruppo di architetti di quella scuola prestigiosa per redigere il piano urbanistico di Orano.
Il nostro amico afferra al volo puzza di speculazione edilizia, scrive un rapporto contrario e si dimette. “Ero partito per costruire una città così come l’abbiamo in mente noi occidentali. Ma,una volta venuto a contatto con la magia del deserto, in me era successo qualcosa e dal deserto avevo iniziato un favoloso itinerario di scoperte che ha cambiato la mia vita”.

 

In qualche modo il governo algerino gli crede, gli da fiducia e lo richiama immediatamente perché rediga un piano regolatore per la città-oasi di Bechar, che i francesi avevano deturpato con i soliti casermoni di pe-riferia senza preoccuparsi dell’ovvio problema dell’ac-qua e delle risorse. “Era ormai una città mostruosa, tuttavia bastava allontanarsi di poche centinaia di metri dall’ultimo palazzone per
ritrovare tutto il fascino del deserto”. Laureano si ribella alla soluzione proposta dalle autorità algerine, le quali hanno in mente la solita diga di cemento armato che canalizzi verso la città l’acqua delle piene. Dopo due anni di studi sul luogo, ha ormai colto nella sua bellezza i se-
greti con cui il deserto è stato reso vivibile da uomini geniali vissuti migliala d’anni prima di noi, e quei segreti vuole rivalutarli, riportarli alla luce. Vuole impedire che la popolazione indigena venga chiamata in città per costruire la diga per derubarsi dell’acqua con le proprie mani e ritrovarsi povera e disoccupata a cantieri chiusi. Decide di aiutarli a riscoprire le tecniche idrauliche ancestrali e spezzare il girone infernale dell’urbanizzazione selvaggia che sta strozzando il Terzo Mondo. Per riuscirci passa di oasi in oasi, parlando francese e un
po’ di arabo incoraggia questo popolo fiero a ritrovare le proprie ragioni di sopravvivenza.

 

Che stanno in geniali trovate di ingegneria idraulica. Nel Sahara infatti piove e può anche piovere violentemente, ma non vi è alcun assorbimento nel terreno in quanto non vi è humus, ma solo sabbia e roccia. “Eppure in questo quadro di aridità totale sorgono le oasi che non sono solo le palme della nostra iconografia, ma costruzioni di terra cruda, palazzi, fortilizi, grotte, e soprattutto favolosi sistemi sotterranei di raccolta d’acque”. Laureano ormai non
ha più dubbi: l’oasi non è un
casuale dono della natura,
ma è opera dell’uomo per
l’uomo. L’opera assolutamente geniale dei primi ingegneri idraulici della storia. Riesce a divulgare questa sua ottica tra le popolazioni locali e l’accoglienza è entusiasta.

Nell’oasi di Timimoun, con l’aiuto degli indigeni, egli riesce a riportare alla luce un favoloso sistema di cisterne sotterranee. Convince perfino i francesi, che credono di essere gli unici autorizzati a parlare di Algeria, perfino gli architetti dell’Unesco, che lo invitano per una relazione sull’argomento in cui lui espone davanti alla cultura mondiale le sue tesi. “La risposta del mondo culturale è straordinaria, va
oltre le mie aspettative. Molti archeologi, leggendo del mio lavoro, riescono a interpretare antichi misteri e cioè situazioni archeologiche, generalmente resti del neolitico, che avevano incontrato nei Paesi più disparati, dalla Sardegna alla Gran Bretagna, e che non erano mai riusciti a capire”. Tutti con incantato stupore devono ammettere che, nelle situazioni più disparate, si ritrova lo stesso progetto geniale. L’oasi sorge sempre in una depressione dove l’umidità può condensarsi, pietre collocate ad hoc raccolgono e convogliano le acque verso la depressione, attraverso tunnel dalla pendenza giusta, con buchi di aerazione e sistemi che aiutano la condensazione delle acque, che nel deserto è favorita dalla notevole escursione termica che vi è fra il giorno e la notte. Questi tunnel nel Sahara si chiamano foggarà, non
sono pozzi, non vanno in profondità, non depauperano nulla, raccolgono ciò che andrebbe disperso (si arriva a raccogliere in una notte 5
litri d’acqua per una superficie di 20 metri quadrati). La foggarà è convogliata sotto le case e le caverne e costituisce anche un sistema di condizionamento delle abitazioni, e va a finire in una sorta di fossa delimitata che, così abilmente alimentata, diventa il giardino in cui cresce la palma, la Phoenix dactylifera, che ha bisogno di pochissima acqua, ma è in grado di instaurare un circuito biologico virtuo so. Crea l’ombra, l’humus e una certa umidità in quanto l’acqua evapora attraverso la palma, la quale attira gli insetti e produce i datteri che rappresentano una fonte di nutrizione essenziale nel deserto. “Intorno crescono erbe aromatiche, fiori medicinali, frutti, nasce così l’idea biblica del giardino dell’Eden”, afferma il nostro urbanista.

Lo regina lo chiama
in Giordania

Giardino dell’Eden: un
ecosistema in armonia con l’ambiente, che utilizza le risorse di questo ambiente in
modo positivo e lo difende,
“Dal deserto bisogna sem-
pre difendersi, perché il de-serto facilmente si ricrea tutto il bacino del Mediterraneo ha una storia di desertificazione continua. Il vento e il sole, le differenze di temperatura smantellano i suoli, mettono a nudo le rocce, le disgregano. Con l’oasi si crea il circuito inverso. Tra l’altro, gli alberi smorzano il vento carico di silicio abrasivo che distrugge la
roccia”

 

La teoria di Laureano l’oasi non è un prodotto della natura! – si fa strada e aumentano i riscontri. Il Messico riscopre sistemi simili di difesa dal deserto, che i Gesuiti avevano portato nel Settecento dalla loroAndalusia e vuole ora rivalutarli; il governo dello Yemen del Sud e poi la regina di Giordania, la colta moglie di rè Hussein, chiedono la collaborazione dell’architetto Laureano il quale, nel frattempo, è stato nominato esperto dell’Unesco. Nello Yemen si tratta di recuperare l’oasi di Shibamnella valle dell’Hadramout.
Siamo sulla via leggendaria dell’incenso e della mirra (ancora i Rè Magi!). Ci sono tuttora gli alberi dell’incenso e sono coltivati in fantastici giardini conservati su terrazzamenti fra case e palazzi di terra cruda. Più che palazzi sono torri, castelli, fortezze, architetture favolistiche che il governo, su suggerimento dei francesi, vuole proteggere dalle piene con una diga di cemento armato. E Laureano ancora una volta lotta contro una diga, scopre che quegli arcaici ingegneri avevano costruito a monte un sistema di diversione delle piene ben più saggio. Quando le piene arrivano, trovano tutta una serie di canali che le indirizzano verso crateri, imbuti, tutti scavati intorno a Shibam per assorbire l’acqua con cui mantenere i giardini. “La trovata più geniale dell’oasi di Shibam è il gabinetto, progettato in modo da separare alla fonte il rifiuto organico solido da quello liquido. Un tubo in caduta libera sotto il gabinetto vero e proprio termina con una cesta piena di paglia che viene poi raccolta a intervalli op-portimi per essere trasportata nei giardini a concimare e produrre il cibo necessario alla popolazione. Un ecosistema autosufficiente e perfettamente in armonia con l’ambiente!”.

Chiamato a Petra dalla regina, dopo che una piena aveva travolto alcuni turisti, l’architetto ricomincia da capo con la stessa ottica paziente di riscoprire le strutture del passato. E anche a Petra rifiuta di costruire dighe. Scopre infatti che intorno al leggendario agglomerato avevano cancellato gli uadi. i fiumi del deseno che non si vedono, ma costituiscono un sistema idraulico basato su flussi sotterranei e fenomeni di condensazione in superfìcie. Già Plinio parlava di Petra come di un luogo di fontane. Da dove arrivava l’acqua? Dai luoghi
alti citati dalla Bibbia. Sulla cima delle montagne le rocce erano state intagliate dall’uomo per raccogliere l’acqua, che veniva poi convogliata dalla foggarà. A PetraLaureano riscopre la foggarà sotterranea e rimette in luce tutta la canalizzazione del famoso canyon. “I grandi monumenti che si vedono a Petra e che sono stati interpretati come tumuli sono spesso monumenti con fontane. Monumenti all’acqua. Petra era una città di monumenti e di giardini. Ho proposto all’Unesco che si faccia anche l’archeologia dei giardini, che venga riportato l’albero che faceva parte della vita di questa città”.

Alla fine il suo lungo itinerario che abbraccia il Mediterraneo riporta l’architetto nella sua città, Matera. “La città più settentrionale del-
l’Africa”, la definisce scherzosamente lui. Non è una definizione banale, tanto meno sminuente. Al contrario è basata su riscontri culturali molto precisi: tumuli dell’età del bronzo simili agli enigmatici monumenti solari del Sahara, sistemi di raccolta delle acque tipici delle zone aride, affreschi e cripte rupestri, le grotte profondamente scavate nelle pareti del canyon della Gravina, le case di tufo che prolungano all’estemo gli ambienti sotterranei e si sovrappongono sicché i tetti delle abitazioni sono terrazze e giardini per quella soprastante. Laureano oggi vive a Matera in una casa nei Sassi. Vuole scrutare il rapporto millenario dell’umanità con questo ambiente: l’ecosistema Matera.

Architetto, una conclusione? “I Sassi incominciano a parlare, mi raccontano una storia di giardini, di acque, di sole e di vento che ha
dato origine a un sistema abitativo creato nella materia geologica stessa, nel tufo lungo i pendii di un vallone. Potrebbe essere la città delle
Mille e una notte, oppure potrebbe essere stata scritta da Calvino nelle sue Città invisibili: invece è il frutto di un miscuglio di storia, abilità
artistica, sapienza popolare, fantasia ingegneristica. I più antichi reperti in selce qui risalgono a 400.000 anni. Una storia più vecchia
della storia dell’uomo”.

Ida Molinari

Le foto di questo servizio sono
dell’arch. Pietro Laureano.