Estratto all’intervista del quotidiano Avvenire a Pietro Laureano pubblicato in data 07- 01- 2018

In Italia i musei si riempiono, i monumenti sono assediati dai turisti, le città d’arte sono affollate di visitatori: la crisi della cultura è finita?

Siamo di fronte a un grande risultato i quali non arrivano per caso e non solo qui: ricordiamo che la cultura è stata inserita nell’agenda delle priorità da conseguire entro il 2030 ed è una svolta nel modo di concepire il benessere. Anche in Italia si è compreso, a tutti i livelli, che l’inserimento di una città nella lista del Patrimonio mondiale dell’umanità non comporta solo una maggior notorietà, è un punto di partenza ma anche di arrivo.

In che senso?

Prendiamo il caso di Matera. I “Sassi” a metà degli anni Novanta erano un luogo abbandonato. La cultura corrente, la politica, i giornali avevano deciso che abitarvi era da retrogradi. Poi, lentamente, vi è stato un processo di recupero, una consapevolezza che ha portato Matera a passare dal ruolo di vergogna nazionale a città europea della cultura. Sono processi lenti e che necessitano di una guida lungimirante da parte delle istituzioni politiche e sociali.

Lei pensa che dietro questi dati turistici stia avanzando un’Italia migliore?

Stiamo assistendo a una ricostruzione dell’identità nazionale, attraverso l’orgoglio di essere custodi di un patrimonio culturale senza pari. Non so se si completerà, ma il processo è sotto gli occhi di tutti e sarebbe sbagliato credere che sia solo un fatto economico; anche se la cultura vive di valorizzazione.

Non c’è cultura senza sviluppo. Ma può esserci sviluppo senza cultura.

Eccome. Accade nel mio Sud: Taranto vanta ricchezze naturali e storiche che sono state letteralmente massacrate da una concezione economica miope e sbagliata. Oggi, per contro, Matera nutre una tale consapevolezza dei propri valori culturali che nessuno potrebbe installarci un’Italsider…

Insomma, alla base ci dev’essere un processo culturale; ma, ammesso che si inneschi, può bastare?

No, poi ci vogliono politiche d’investimento coraggiose come quelle condotte dal governo italiano negli ultimi anni, sostituendo i direttori dei musei e mettendo professionisti in grado di rilanciare quei complessi. La rinascita di Pompei è straordinaria. Un manager di qualità può fare la differenza. Alcuni dati sono chiaramente legati al cambio di gestione. Non credo di offendere nessuno se dico che esistono ancora dei musei del Sud pieni di tesori dove a volte sembra di offendere i custodi a fareil biglietto. Situazioni che debbono cambiare.

Qual è il punto debole di questa ripresa?

L’offerta museale è ancora troppo concentrata: troppi piccoli musei e patrimoni naturali periferici e sconosciuti. Anche nelle grandi città d’arte bisogna decentralizzare: non è pensabile portare i turisti solo agli Uffizi e poi nessuno sa che sulle colline ci sono le Gualtiere, che vanno in malora; sono opifici trecenteschi che sfruttavano la forza idraulica per lavorare la lana e che produssero le ricchezze con cui fu costruita la cupola del Brunelleschi.

All’estero sanno fare di meglio?

All’estero hanno capito che una cosa è conservare e un’altra presentare un patrimonio. Gli inglesi sono maestri nel valorizzare il poco che hanno. Il Canada sta lavorando sul geoturismo. Servirebbe un rapporto più organico con la scuola, che pure ha fatto molto: il boom di visitatori è figlio anche del duro lavoro fatto nelle scuole italiane per far conoscere e apprezzare il bello che ci rende italiani.

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