Da Più
supplemento alla “Gazzetta del Mezzogiorno”
del 1° luglio 1993

Lawrence d’Arabia ora viene da Matera

Quarant’anni, i suoi rivoluzionari progetti per rendere vivibile il Sahara ne hanno fatto uno dei più prestigiosi urbanisti dell’Onu. Lo attende una nuova grande avventura: la leggendaria Petra in Giordania

di Gianluigi De Vito

La veduta dei Sassi è di quelle da cartolina. E con la luce dell’estate il gioco delle ombre incanta per ore. Pietro Laureano domina il Barisano dal suo studio-bunker colorato da splendidi tappeti mediorientali. La civiltà del rupestre e lì davanti, maestosa. Lo sguardo si dirige a quelle pareti di roccia e tufo che hanno scritto la Preistoria. E la Storia. Ma la mente è a mille miglia.

Ai palmeti algerini di Timimoun, a Shibam, la New York delle sabbie dello Yemen, ai suoi giardini magici di Bir el Azab, il cinquecentesco Pozzo degli Scapoli che domina l’entroterra di Sana’a, alle rocce ricamate di Petra, «l’utero» giordano di tante civiltà, e straordinariamente somigliante alle grotte materane. Che scherzi fa la storia. Matera come Petra. Matera come le isole verdi dell’oceano di sabbia. È il tardo pomeriggio, il momento del tè. Lui, Laureano, il Lawrence d’Arabia del Duemila, lo versa tre volte nella piccola tazza. Come fanno i Tuareg. Il primo tè deve essere forte e amaro come la vita, ed è per gli invitati. Il secondo, per tutti, è dolce e aromatico come l’amore. Il terzo, versato prima di andare via, è leggero come la morte.

Lucano di Tricarico ma cresciuto a Matera, ai Signori del Deserto, Laureano da del tu, li chiama «fratelli». Quando nel ‘78, dopo la laurea in
architettura a Firenze, è approdato in Algeria, chiamato dalla Cassa algerina di pianificazione del territorio a redigere il nuovo piano regolatore della città-oasi di Bèchar, ha ridisegnato i sogni della sua vita: niente casette a schiera, niente palazzi, niente grattacieli. Ma recupero di oasi, restauri di vecchie piste, ripristino di quei lunghi tunnel di acqua che hanno fatto verde il deserto. E sì, perché l’avventura del quarantenne Indiana Jones di Matera comincia proprio nel Sahara. Non immaginava che sarebbe stata la sua passione e che lo avrebbe amato fino a svelame i segreti. Da allora, ha vissuto di mappe, libri, escursioni, scavi. Ha imparato l’arabo e a convivere con i cammelli come con i cavalli. Ha fatto i conti con la storia, con la geologia, con l’antropologia. Ed ora è uno dei più prestigiosi urbanisti dell’Unesco (la cestola culturale delleNazioni Unite) per le aree desertifìcate, la civiltà islamica e gli ecosistemi. Un’ etichetta guadagnata sul campo – per tre
anni ha insegnato presso l’Ecole polytechnique d’architecture et d’urbanismo dell’Università di Algeri – e scrutando tra biblioteche dimenticate da Dio, tra memorie storiche lontane quanto un continente, tra cene e banchetti alla corte di rè Hussein.

Giorno e notte alla ricerca di un altro perché: i palmeti, i labirinti di case in terra cruda, le dune, le caverne, davvero fanno parte del regno del nulla, di una terra desolata, vuota? O c’è un’altra origine, un’altra storia, diversa da quella fino a ora conosciuta? Alla fine, il deserto glielo ha svelato quel segreto che l’avrebbe portato sui giornali di mezzo mondo: macché scherzo della natura, basta con l’idea
romantica del laghetto idilliaco circondato dalle palme come fosse un miracolo. No, l’oasi non è il frutto delle grazie di Allah ma il prodotto
dell’ingegno dell’uomo: è il risultato delle sue capacità di creare una situazione vivibile in un ambiente tra i più ostili del mondo. Ecco cosa sono le oasi: i terminali di gigantesche reti
idriche sotterranee, migliala di chilometri di gallerie, spesso scavate nei letti dei fiumi o dei laghi e sfruttate dalle popolazioni del deserto per raccogliere e conservare l’acqua di
condensa prodotta dalla forte escursione tra giorno e notte. E lì, nel Sahara, le oasi sono antiche quanto l’uomo del neolitico. Più l’ambiente si inaridiva, più l’uomo cominciava a scavare. Da qui l’idea di costruire un’oasi.

Quando Laureano mise questa teoria sul tavolo dei Mammasantissima della cultura, si trascinò addosso la loro ira. Alla fine tutti dettero credito all’Indiana Jones venuto dai Sassi. Al diavolo le leggende, in soffitta le teorie dei geografi del secolo. L’oracolo è del millenario poeta Amadi: «La verità è nascosta sotto le sabbie – scriveva – perché chi la scoprirà sarà creduto un pazzo con la mente bruciata dal sole». Oggi, la bibbia del deserto è Sahara, giardino sconosciuto che Laureano ha pubblicato nell’88 per i tipi della Giunti. Un viaggio raccontato e documentato con simboli, miti, tecnologie e culture, e che finirà col dare più di qualche idea agli sceneggiatori di Il té nel deserto di Bertolucci, tratto dal bei romanzo di Paul Boweles. Se Boweles ispira per la dimensione avvincente in cui i protagonisti sono proiettati. Laureano ispira per i luoghi di cui parla. Ne esce il primo film ambientato nel deserto che «rivela» il deserto. Ma non sono le fortune cinematografìche a far salire le quotazioni dell’urbanista dell’Unesco chiamato da Tunisi a Damasco a restaurare quartieri, oasi, giardini, grotte, in nome di una storia da riscrivere, di una civiltà da resuscitare, da sottrarre alle logiche del cemento selvaggio: Tipasa in Algeria, Sana’a nello Yemen, Massaua in Eritrea, Petra in Giordania, Timimoun nel Sahara.
Progetti per il Terzo Millennio, finanziati dalla cooperazione intemazionale, ma soprattutto impostati sul rispetto delle culture, sulla valorizzazione delle specificità e delle risorse locali. E così, riecco i vecchi tunnel riscavati canalizzando l’acqua in un lago, pronto a essere sfruttato per gli impasti necessari ad edificare, con la terra cruda, case recintate da giardini e frutteti.

Progetti fondati su due concetti chiave: la simbiosi e l’alleanza uomonatura. Il secondo tè, quello per gli invitati, aromatico e dolce come l’amore, sta per finire. Dopo l’ultimo sorso un po’ di «filosofìa» per capire l’oasi Terra. Laureano fa un ragionamento: sinora c’è stato insegnato che l’evoluzione del genere umano è avvenuta attraverso la
competizione e la lotta. Favorendo i più
combattivi, il processo di selezione avrebbe avuto come risultato il processo evolutivo dell’homo sapiens. Tesi su cui si basano le teorie e le scienze del XIX secolo e i grandi sistemi speculativi di Darwin, Freud e Marx. Il loro pensiero, avvalorando l’idea che la molla dello sviluppo biologico, psichico o economico siano i conflitti, ha contribuito alle concezioni dominanti del nostro secolo: la legittimazione dell’umanità su tutte le altre specie e dell’uomo su altri uomini; il diritto al
saccheggio delle risorse planetarie; la
convinzione che il benessere sia possibile solo nella illimitata crescita e nella espansione economica generata, appunto, dalla competizione.

Ma questa visione, ora che la biologia ha dimostrato che gli organismi sopravvivono attraverso i processi disimbiosi e di alleanza, è completamente ribaltata. Le specie complesse si sono evolute non distruggendosi a vicenda ma mettendo insieme i rispettivi caratteri. Le specie non si evolvono ma coevolvono. Le comunità hanno imparato a unire le risorse e a fame buon uso, ad attrezzarsi per il lungo periodo. E le oasi sono la prova di tutto questo. All’alba del terzo millennio, quindi, quando l’intera ecologia planetaria risulta minacciata da uno sviluppo squilibrato, la concezione guida per aiutare l’«oasi Terra» è quella di una cooperazione intemazionale basata sulla simbiosi e l’alleanza. Parole? Sarà. E il momento del terzo tè, quello prima di andar via, leggero come la morte. Indiana Jones lo versa con l’augurio di rimettersi presto su quella «capanna» a quattro ruote, color sabbia, che lo ha portato in giro per il mondo alla ricerca delle civiltà perdute.


Ora curerà Petra la «città rosa»

Chiamato da rè Hussein di Giordania. Il giallo del fiume fossile
e il mistero del tramonto di una civiltà

di Pasquale Dona

Chiamato alla corte di rè Hussein, come farà Pietro Laureano a curare i malanni di Petra, la «città rosa»? La città fu fondata dagli Edomiti, ma a renderla florida in epoca ellenistica ci pensarono i Nabatei. Gente semitica originaria del deserto che si stabilì tra il VI ed il IV secolo avanti Cristo nella zona indicata dalla Bibbia con il nome di Sela. Nonostante le pessime condizioni climatiche, un efficiente piano di irrigazione e il controllo di vasti traffici commerciali, soprattutto seta ed incenso, favorirono condizione di prosperità durature. L’accesso più agevole a Petra è a oriente, attraverso il Siq, un canalone lungo 4 km, alto in alcuni punti fino ad 80 metri, alla fine del quale si apre un’ampia valle impreziosita da giganteschi monumenti in gran parte scavati nella roccia. Il primo impatto è di quelli mozzafiato. L’occhio del visitatore si smarrisce tra case e palazzi, teatri, tenne, caravanserragli, ninfei e tombe dalle rosee facciate rupestri. È un sito archeologico unico, mitizzato da mille leggende. Ma l’attenzione dei ricercatori è aumentata ulteriormente dopo la morte di 24 turisti. Appariva difficile comprendere le cause del loro affogamento in un’area desertica. Poi, si è scoperto che il luogo della tragedia era un fiume fossile. Le rare volte che piove, in media ogni cinque anni, impressionanti masse d’acqua che scendono dalle montagne a velocità vertiginosa si raccolgono nel giro di pochi minuti scivolando sulle pareti lisce delle gole di accesso alla città. In questo caso ha vinto la morte, ma per i Nabatei la risorsa idrica rappresentava la vita. E toccato a Pietro Laureano svelare il «giallo». L’architetto dovrà ora mettere a punto, tra l’altro, uno studio per difendere i monumenti le cui superfìci di arenaria sono minacciate da un costante processo abrasivo. La spedizione è stata «sponsorizzata»
dall’Unesco. «Le indagini – spiega Laureano – sono partite dal luogo della disgrazia. Arrivato ad un certo punto, il fiume sembra sparire. E invece ho trovato le prime tracce di una rete che raccoglie l’acqua già a monte per poi distribuirla a valle». I Nabatei avevano deviato i corsi
dei fiumi con un sistema di argini e imbrigliavano le piene, che dovevano seguire un andamento ciclico, in canali sotterranei. Venivano accumulate, così, preziose risorse idriche ed evitate catastrofìche inondazioni.

Petra era una città verde, difesa prima di tutto dai suoi terrazzamenti e dai sui giardini. Le cause della decadenza, per lo studioso lucano, non
sono riconducibili a sanguinose guerre e neppure a sconvolgimenti climatici. Alessandro non riuscì ad espugnarla e i Romani si limitarono a controllarla amministrativamente. Il clima della zona, inoltre, è lo stesso da qualche migliaio di anni. Nel tramonto di Petra prevalsero ragioni di carattere economico, legate alla diminuita richiesta di incenso e di seta e al fatto che le carovane seguirono altre piste, frequentando sempre meno quello che era stato uno dei più grandi empori del mondo antico. Analoga sorte è toccata ad altri centri che basavano la loro sopravvivenza su ecosistemi creati dall’uomo. Per sostenere gli habitat artificiali, occorreva un’ingente disponibilità di risorse. Venendo meno gli interessi economici, ogni sforzo per rendere accettabile la vita nel deserto diventava inutile e impossibile. Per un certo periodo, Petra entrò nell’orbita dei bizantini e dei crociati, ma non era più la stessa. Gli ultimi abitanti, con una forte propensione al nomadismo, pian piano l’abbandonarono. Dopo lo spopolamento anche il sistema idrico iniziò a frantumarsi. «Fu una vera e propria ecocatastrofe che spiega molti misteri – commenta Laureano -. Di pari passo, l’azione corrosiva del vento aumentò perché era sparita la vegetazione. Diminuita la capacità delle piante di creare l’humus, non c’era più nulla a trattenere la sabbia del deserto».

I Sassi fra i 350 gioielli del mondo

La scommessa di Laureano: inserirli nella lista dei monumenti protetti dall’Unesco. Punto di partenza, un «museo dell ‘uomo e delle civiltà rupestri»

E Matera? Cosa c’entra Matera con discorsi sul deserto e sull’evoluzione della vita? Cosa
c’entrano i Sassi con le oasi, con lerocce di Petra nel cuore della Giordania. C’entrano… c’entrano. Laureano ci mette un attimo a
spiegarlo e invita a fissare sulla paretele diapositive scattate con l’aiuto della compagna, Astier, una asciutta eritrea gentile e vivace. L’origine e il fascino primordiale di questa città scavata nel tufo e costruita sui gradoni degradanti di due grandi alvei fluviali – dice mentre scorrono i primi piani – derivano da sistemi di condensazione e di raccolta dell’acqua simili a quelli realizzati dai sahariani fin dal neolitico, dai terrazzamenti,

Laureano a cavallo sulla pista verso Petra. Nelle altre foto sopra e in quella grande, spettacolari squarci della città scolpita nella pietra. Nelle tré foto piccole nell ‘altra pagina, i Sassi di Matera e una fase dei restauri

dai canali e dai pozzi risalenti all’età del bronzo, dalle grandi cisterne e dagli imponenti lavori di scavo sotterranei. Dunque, applicando ai Sassi lo stesso metodo di analisi archeologico-ambientale usato per i sistemi di habitat arcaici del Mediterraneo, dell’Africa e
del Medioriente, viene fuori che all’origine di Matera c’è una civiltà seminomade, agropastorale, capace di condensare l’acqua necessaria in grosse cisterne sotterranee, di conservare la neve e il ghiaccio per realizzare veri e propri depositi frigoriferi, di costruire terrazze e giardini pensili per la coltivazione di essenze medicinali e erbe aromatiche. Per tirare corto, dalla grotta alla casa costruita, dal recinto pastorale alla cava di tufo, al vicinato urbano, Matera fornisce una spiegazione all’evoluzione dei tipi architettonici e urbani di tutta la nostra storia.

Da qui, quella che Laureano chiama una scommessa: inserire i Sassi nel patrimonio dell’Unesco. E per vincere questa scommessa, lui che all’Unesco ha porte aperte e orecchie tese, sta dando fondo a tutte le energie. La strada è lunga. Molto è stato fatto: il 24 aprile, i sei inviati
dell’Icomos (il Consiglio intemazionale dei monumenti e dei siti, un organismo Unesco) venuti in «missione di controllo» a Matera hanno già dato il primo sì all’iscrizione. Qualche giorno fa l’approvazione da parte dell’Icomos. Ma l’ultima parola si avrà soltanto a fine anno, al vertice del Patrimonio mondiale quando in Colombia si riunirà il Comitato mondiale dell’Unesco.

Tutto lascia pensare che il gran colpo sarà messo a segno. Certo, per una città-periferia che punta sul turismo la carta del rilancio, non è poco essere inserita tra i 350 gioielli del patrimonio mondiale Unesco. In Italia, nella «lista dei privilegiati» ci sono solo il centro storico di Roma, San Gimignano (Siena), i disegni rupestri della Val Camonica e «L’ultima Cena», di Leonardo, custodita a Santa Maria delle Grazie a Milano. Il traguardo è all’orizzonte. Arrivarvi non è impossibile a patto che a Parigi (sede dell’Unesco) siano certi che Matera meriti. Ma merita davvero una città che da quando ha avuto i cento miliardi per la valorizzazione degli antichi rioni ha fatto poco di più che aprire cantieri, organizzare convegni-fiume e creare uffici singhiozzanti?

Convincere Parigi significa avere le idee chiare e far vedere che nella palude dell’inerzia un sasso è stato lanciato. Il sasso c’è. E a lanciarlo, manco a dirlo, è stato proprio Laureano proponendo una ristrutturazione dei Sassi che realizzi un «museo dell’uomo e delle civiltà rupestri»: una struttura, per intenderci, che crei, ad esempio, un Centro intemazionale per l’architettura del rupestre e le acque. Una sorta di archivio-laboratorio multimediale sulle civiltà, le tecniche di restauro, i progetti
di valorizzazione ambientale, dei siti rupestri intemazionali (dalla Cappadocia alle valli dell’Arabia meridionale, agli altipiani cinesi). Si tratta insomma, di dare a Matera un’immagine intemazionale. Per questo ci vorranno mesi e soprattutto tante manifestazioni di interscambio che consentano l’acquisizione di materiale. In questa dirczione va la proposta di gemellare – a luglio – la città dei Sassi e Petra. Ma, ancora una volta si paga per i ritardi di una classe politica e culturale che ha detto sì a tutte le proposte senza però rimboccarsi le maniche. Il gemellaggio
rischia di saltare. E Laureano pensa ora a un Comitato. Ma per lui, il Lawrence d’Arabia di Tricarico, la gioia più grande resta quella di vedere Matera battere bandiera Unesco.