{"id":526,"date":"1996-12-04T16:35:20","date_gmt":"1996-12-04T15:35:20","guid":{"rendered":"http:\/\/ipogea.org\/?p=526"},"modified":"2018-05-21T15:32:22","modified_gmt":"2018-05-21T14:32:22","slug":"lares-sulle-orme-delle-carovaniere-del-deserto-viaggio-un-architetto-antropologo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/ipogea.org\/en\/1996\/12\/04\/lares-sulle-orme-delle-carovaniere-del-deserto-viaggio-un-architetto-antropologo\/","title":{"rendered":"LARES &#8211; &#8220;Sulle orme delle carovaniere del deserto Il viaggio di un architetto antropologo&#8221;"},"content":{"rendered":"<p>Da <strong>LARES<\/strong><br \/>\n<strong>Rivista trimestrale di studi demoetnoantropologici <\/strong><br \/>\ndiretta da <strong>Giovanni Battista Bronzini<\/strong><br \/>\nGi\u00e0 Bollettino della Societ\u00e0 di Etnografia Italiana fondato nel 1912 e diretto da L. Loria (1912), F. Novati (1913-1915), P. Toschi (1930-1974)<br \/>\nAnno LXII n.4 Ottobre-Dicembre 1996<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone wp-image-527 size-full\" src=\"https:\/\/www.ipogea.org\/wp-content\/uploads\/2017\/06\/logobronz.gif\" alt=\"\" width=\"174\" height=\"240\" \/><\/p>\n<p><strong>Sulle orme delle carovaniere del deserto<br \/>\n<\/strong><strong>Il viaggio di un architetto antropologo<\/strong><\/p>\n<p>Nella successione a distanza ravvicinata dei tre volumi di Pietro Laureano {<em>Sahara, giardino sconosciuto<\/em>, Firenze, Giunti, 1988, edizione francese <em>Sahara, jardin m\u00e9connu<\/em>, Paris, Larousse, 1991; <em>Giardini di pietra<\/em>. <em>I Sassi di Matera e la civilt\u00e0 mediterranea<\/em>, Torino, Bollati Boringhieri, 1993; <em>La piramide rovesciata<\/em>. <em>Il modello dell\u2019oasi per il pianeta Terra<\/em>, ivi, 1995) vorrei rimarcare la continuit\u00e0 di un obiettivo ben determinato e di un metodo di ricerca ad esso adeguato: obiettivo e metodo che raggiungono il loro compimento nel terzo volume, che qui intendo illustrare e commentare.<\/p>\n<p>L\u2019obiettivo \u00e8 costituito dalla individuazione di modelli di antiche civilt\u00e0, storicamente collegabili, epper\u00f2 distanziate nello spazio, spesso anche nel tempo di origine e sviluppo, che rivelano una uguale, simile o analoga tettonica della vita materiale e spirituale delle rispettive popolazioni. Una tettonica ispirata a un rapporto di mutua compensazione fra natura e cultura, in che \u00e8 riposto il segreto di lunga durata e di straordinaria resistenza delle relative strutture fisiche e ideologiche, adeguate o adeguabili alle rinnovate esigenze di sopravvivenza. Un obiettivo, dunque, mirato e ben preciso, ma mobile, sia per se stesso, in senso diacronico e sincronico, sia per l\u2019osservatore-ricercatore, tenuto a visitare localit\u00e0 diverse, ad analizzare le loro strutture, a riesumare quelle sommerse, a ritrovarne la logica inventiva e costruttiva, a ricostruirne, quando si \u00e8 persa, la funzione originaria: questa pu\u00f2 essere, anzi paradossalmente \u00e8, tanto pi\u00f9 complessa quanto pi\u00f9 semplice e naturale \u00e8 la costruzione. Compito tecnico e insieme umanistico \u00e8 quello di seguire della cosa il processo d\u2019uso nel tempo. Ed \u00e8 qui che lo studioso si trova a dover abbracciare competenze anche non professionali, se gli preme cogliere in pieno l\u2019obiettivo. Nel caso specifico di Laureano, l\u2019architetto, il geniale architetto, qual \u00e8 e mostra di essere, indossa l\u2019abito del geografo, del paletnologo, dell\u2019etnologo, dello storico. E, pur in parttime, vi si sente a proprio agio, localizzando, storicizzando, antropologizzando il discorso, senza perdere mai di vista il filo conduttore della sua ricerca, che rimane centralmente architettonico e che, proprio per tale natura concreta e visiva, diventa speculare dei molteplici aspetti di ordine spaziale, temporale, economico, sociale, istituzionale, religioso, che vi si riflettono. E c\u2019\u00e8 di pi\u00f9: egli mette a suo agio il lettore con una scrittura moderna, agile, chiara, accattivante, direi geometrica, conforme alla geometria strutturale dell\u2019unit\u00e0 nella variet\u00e0, dell\u2019uguale nel diverso, del nostro nell\u2019alieno: rapporto oppositivo da conciliare col connubio<em> super partes et loca<\/em> tra natura e cultura, di cui sostanzia il messaggio incluso nella sua ragionevole proposta di rispetto dell\u2019antico come primo c\u00e0none di salvaguardia di quella parte della nostra identit\u00e0 culturale che ci proviene dall\u2019ambiente fisico in cui viviamo e operiamo.<\/p>\n<p>Non oser\u00f2 ovviamente addentrarmi nel labirinto dell\u2019officina specializzata di architetto e strutturalista in cui l\u2019Autore forgia da capomastro (che vuol significare molto di pi\u00f9 dell\u2019inflazionato titolo accademico di maestro) la sua ineccepibile analisi delle tecniche e pratiche adottate per il miglior impiego delle risorse idriche. Non saprei per mia incapacit\u00e0 uscirne, o avrei bisogno di molte Arianne! Ne mi \u00e8 dato accedere alla specola da cui egli giudica da esperto la realt\u00e0 osservata <em>de visu<\/em> e toccata con mano. Questa sua conoscenza diretta di localit\u00e0 e popolazioni scelte come casi esemplari rende ancora pi\u00f9 evidente il difetto di un\u2019ottica ancora colonialistica con cui siamo abituati a guardare e giudicare da lontano e dal di fuori tutto ci\u00f2 che \u00e8 o appare alieno dalla nostra civilt\u00e0, altro da noi. Posso dire soltanto che i vari labirinti oasiani illustrati dall\u2019Autore hanno uno schema comune di fondazione, imperniato sul fattore acqua.<\/p>\n<p>Sull\u2019acqua, bene essenziale di vita sul nostro pianeta, quella che scorre dal sottoterra e quella che viene dal ciclo, si appunta proficuamente l\u2019attenzione dell\u2019architetto, ricercatore di quanto si ricava dal sottosuolo prima di essere costruttore di quanto sporge da esso. L\u2019acqua \u00e8 uno dei quattro elementi (gli altri sono l\u2019aria, la terra, il fuoco) generatori del cosmo per i filosofi antichi<em>(1)<\/em>. Essi assumono valore sacro proprio in conseguenza delle riconosciute loro funzioni vitali. Nella religione pagana avevano il titolo di geniales, in quanto datori di vita a tutto l\u2019universo. Il cantico di S. Francesco recepisce e svolge in senso panteistico questa loro funzione mediatrice e causativa del nostro essere creature di Dio, e per <em>sor\u2019acqua<\/em>, si dice appunto che \u00ab\u00e8 molto utile et h\u00f9mele et pretiosa et casta\u00bb. In tal caso il testo poetico diventa documento storico. In effetti, se si ripercorre la storia dell\u2019umanit\u00e0, si constata una parabola discendente e di continuo degrado nell\u2019uso di tutti e quattro i suddetti elementi capitali. Cos\u00ec dal preistorico culto delle acque, che rispondeva a un bisogno primario di vita e che \u00e8 stato mantenuto nelle culture classiche, si \u00e8 giunti a far dell\u2019acqua un bene a disposizione delle nazioni ricche e a farne sentire perennemente la sete alle popolazioni povere del Mezzogiorno d\u2019Italia e dei Paesi del Terzo Mondo.<\/p>\n<p>A supporto della importanza del problema idrico, rilevata da Laureano per l\u2019ecosistema della rimodellazione dei moderni acquedotti sugli antichi, ai fini di una meno violenta e pi\u00f9 razionale architettura, rivolta non solo alla organizzazione funzionale ed estetica della citt\u00e0, bens\u00ec anche del suo territorio, quindi attenta ai bisogni della campagna, segnaler\u00f2 la rilevanza massima che viene data al suddetto problema da parte di tecnici e studiosi di agraria per le soluzioni produttive che si possono dare e da parte di museologi della ruralit\u00e0 per la scrupolosa rappresentazione museografica del nesso acqua-agricoltura. Su questo tema si \u00e8 tenuto dal 27 settembre al 3 ottobre 1992 in Italia, itinerante tra Umbria, Emilia-Romagna, Lombardia e Trentino, il X Congresso internazionale degli agromusei, organizzato dall\u2019Association Internationale des Mus\u00e9es d\u2019Agriculture, che \u00e8 aggregata all\u2019Unesco. Una delle relazioni pi\u00f9 significative del Congresso \u00e8 stata svolta da Jean-Claude Duclos, conservatore del Museo etnoagricolo del Delfinato e vice-presidente dell\u2019AIMA.<em>(2)<\/em> Questi, partendo dalla considerazione dell\u2019agricoltura come matrice di ogni cultura in quanto sintesi originaria e suprema della simbiosi uomo-ambiente, ha confermato la validit\u00e0 assoluta dell\u2019approccio ecosistemico in stretta connessione con i maggiori problemi del la societ\u00e0 contemporanea, quali quelli della fame, della conservazione di determinati paesaggi rurali, e complessivamente per soddisfare il bisogno di riconquistare negli spazi delle citt\u00e0 e dei paesi la identit\u00e0 culturale che andiamo sempre pi\u00f9 perdendo.<\/p>\n<p>Per meglio valutare il metodo interdisciplinare applicato da Laureano, giover\u00e0 esaminare gl\u2019impieghi ch\u2019egli fa delle singole discipline, utilizzandole globalmente e provandone gli effetti convergenti. Dall\u2019architetto passiamo al geografo, allo storico, all\u2019antropologo e cos\u00ec via. La geografia, specialmente quella antropologica, non \u00e8 stata per Laureano una scienza collaterale da utilizzare ricavandone nozioni libresche, ma un\u2019acquisizione di luoghi, uomini e cose, ch\u2019egli ha tratta da una decennale continuativa esperienza di osservatore dei modi di vita, studiandone personalmente le forme di insediamento urbanistico. Cardine fondamentale di questo libro \u00e8 il viaggio nella sua accezione ed effettualit\u00e0 etnologica. Laureano ha viaggiato per vedere, capire l\u2019antico e progettare il nuovo come sviluppo dell\u2019antico. Lo ha fatto per una missione speciale quale consulente dell\u2019 UNESCO, per la individuazione dei beni culturali di grande rilevanza a livello mondiale da salvaguardare. I Sassi di Matera sono stati inseriti in tale censimento. Questo risvolto pratico aggiunge merito e concretezza al suo impegno di lavoro.<\/p>\n<p>Il paradigma del viaggio ha prodotto una ricca letteratura mitica e storica ed ha una tradizione antica e moderna di straordinario valore, da Omero, Strabene, Virgilio ai taccuini e giornali di bordo di navigatori e scopritori delle Indie ed Americhe, nel cos\u00ec detto secolo d\u2019oro di conoscenze del mondo, alle relazioni dei primi etnografi ed etnologi, che furono quegli stessi e al loro s\u00e9guito i missionari, per sfociare sul versante romanzesco in una rigogliosa narrativa avventurosa inglese e francese, che arriva fino al Settecento con Robinson Crusoe di Daniel De Foe; mentre sul versante critico si accese s\u00f9bito una fervida querelle fra denigratori e difensori dei selvaggi. Tra i difensori, che prevalsero per numero e qualit\u00e0, ricordiamo nel XVI secolo il religioso eretico spagnolo Bartolom\u00e9 de Las Casas (1474-1566), il pastore protestante francese Jean de L\u00e9ry (1534-1613). Il pi\u00f9 fine <em>laudator<\/em> fu certamente Michel de Montaigne (1533-1592) con gl\u2019impareggiabili affreschi dei suoi <em>Essais<\/em>. Dove cos\u00ec egli ritrae e nobilita i selvaggi: <em>Possiamo dunque ben chiamarli barbari, se li giudichiamo secondo le regole della ragione, ma non confrontandoli con noi stessi, che li superiamo in ogni sorta di barbarie. [\u2026] E sono ancora nella felice situazione di desiderare solo quel tanto che le loro necessit\u00e0 naturali richiedono; tutto quello che va al di l\u00e0 \u00e8 superfluo per loro. Generalmente, fra loro, quelli che hanno la medesima et\u00e0 si chiamano fratelli; figli i pi\u00f9 giovani, mentre i vecchi sono padri per tutti gli altri. Questi lasciano ai loro eredi in comune il pieno possesso de beni indivisi, senz\u2019altro titolo che quello puro e semplice che natura da alle sue creature mettendole al mondo.<\/em><\/p>\n<p>Su quel terreno, come in uno dei giardini interplanetari avvistati e illustrati da Laureano, al cospetto e confronto di una natura vergine e di una cultura ad essa adeguata, spunt\u00f2 e crebbe in Europa il mito del buon selvaggio e insieme rifior\u00ec quello del Paradiso terrestre, non senza effetti benefici di riflessione morale e consapevolezza politica per l\u2019idea d\u2019Europa, come lucidamente incise in memorabili pagine lo storico Federico Chabod.<em>(3) <\/em>Il libro di Laureano, che pu\u00f2 essere gustato anche come carnet de voyage, trova agganci in quella letteratura. Se valutato &#8211; e merita di esserlo &#8211; come testo di architettura antropologica, esso trova verifiche e conferme del suo assunto di fondo nella migliore ricerca etnologica contemporanea, orientata verso un nuovo umanesimo da instaurare per il rapporto fra cultura osservata e cultura osservante e per la pi\u00f9 alta considerazione delle culture altre, specie nelle fasi di genocidio ed etnocidio o di distruzione indiscriminata dell\u2019antico che quelle culture ci trasmettono. E tuttora valido &#8211; e il libro di Laureano ce lo conferma &#8211; l\u2019interrogativo che si poneva, gi\u00e0 venti anni fa, l\u2019etnologa Ernesta Cerulli, ponendo l\u2019antinomia fra <em>Tradizione e etnocidio<\/em> come <em>I due poli della ricerca etnologica oggi<\/em> (questo \u00e8 il titolo e sottotitolo di un suo libro del 1977) e cosi confessando il dubbio che la tormentava: <em>Le culture di interesse etnologico sono davvero cos\u00ec profondamente diverse dalla civilt\u00e0 occidentale, si da non poterla mai raggiungere nel cammino del progresso, in quanto rappresentano sopravvivenze dell\u2019epoca preistorica? oppure le differenze sono pi\u00f9 formali che sostanziali, pi\u00f9 quantitative che qualitative? perch\u00e9 in etnologia si parla sempre e solo di culture e mai &#8211; o quasi mai &#8211; di individui?(4)<\/em><\/p>\n<p>Se si vuoi fare un ulteriore salto su questa linea di pensiero e avvicinarci ancora di pi\u00f9 alla dimensione prospettata da Laureano, bisogna passare dal concetto di individui a quello di m\u00e8mbri di comunit\u00e0, artefici di culture comunitarie. E in questa direzione che si proietta per via geografica e storica la mappa, disegnata da Laureano, delle oasi del deserto, intese queste in senso reale e simbolico. La storia ch\u2019egli pratica si adegua al progetto ed \u00e8 quindi pi\u00f9 largamente comparativistica che microscopicamente focalizzata, s\u00ec da apparire agli antipodi della <em>nouvelle histoire<\/em> delle <em>Annales<\/em>, che oggi ha la meglio, ma come questa \u00e8 volta a considerare realizzazioni di comunit\u00e0 stimolate da bisogni esistenziali. E quindi una storia che ha come punto di forza l\u2019avere come oggetto di studio le cose, ossia le forme di insediamento, i mezzi di sussistenza e i modi di sopravvivenza, rispondenti a quelli che vengono denominati in etnologia propriamente bisogni primari. Le cose, come in archeologia, costituiscono la fonte principale, mentre sono fonti collaterali e integrative la documentazione scritta e orale, esplicative della mentalit\u00e0 e ideologia collettiva, che \u00e8 sempre stata alla base delle pi\u00f9 importanti e ardite costruzioni di utilit\u00e0 pubblica, materiale e\/o spirituale, dalle piramidi d\u2019Egitto ai palazzi imperiali di Roma antica, agli acquedotti medievali e moderni, la cui messa in opera era non a caso contesa fra Dio, o il suo rappresentante di turno, come fu per lungo tempo il pagano Virgilio cristianizzato, e il Diavolo o L\u2019Anti-Cristo.<\/p>\n<p>Il manto storico sovrapposto da Laureano viene a coprire a grandi arcate un lungo periodo cronologico, dalla prima et\u00e0 dell\u2019uomo sapiens fino al suo ingresso nell\u2019era industriale, e un\u2019ampia estensione di lontane e distaccate aree, di etnie incrociatesi, in situazioni diversificate: una storia omologante di formazioni, emigrazioni, stabilizzazioni sia pur sempre temporanee; una storia che riunisce storie singole e particolari di culture estinte per morte naturale o violentemente infrante da far emergere, talune almeno alla nostra memoria dalla loro inevitabile scomparsa e talaltre alla nostra coscienza dal nostro responsabile obl\u00eco, dalla nostra superba non curanza, dalla nostra ingenuit\u00e0 o disonest\u00e0 intellettuale, dal nostro sempre pi\u00f9 crescente arroccamento eurocentrico, che in gran parte \u00e8 derivato dal deprezzamento delle culture primitive. E qui siamo con Laureano in pieno focus antropologico centrato su un campo che viene delineato nelle sue precise coordinate geografiche e storiche. Il nostro eurocentrismo, che ci fa autoconsiderare grandi navigatori, primi scopritori e conquistatori di terre oltreoceaniche, cozza contro la storia, per cui la priorit\u00e0 di certe scoperte europee va riveduta. La scoperta del continente americano fu anticipata dai Vichinghi e forse da navigatori africani. Ci sono indizi che popoli di oltre Atlantico, denominati Indiani, siano sbarcati in Europa in epoca romana. Ma, in fatto di scoperte, c\u2019\u00e8 di pi\u00f9. L\u2019alfabeto fu importato in Grecia dai Fenici. La tesi, prospettata da Erodoto (lib. V, 58, 1: \u00abI Fenici venuti insieme a Cadmo, dei quali facevano parte i Gefirei, stabilitisi in questa regione, introdussero fra i Greci molte nuove conoscenze e, in particolare, l\u2019alfabeto, di cui in precedenza i Greci, secondo me, erano sprovvisti; in un primo tempo si servirono dei caratteri ancora usati da tutti i Fenici; in seguito, col passar del tempo, cambiando lingua cambiarono anche la forma delle lettere\u00bb),<em>(5)<\/em> ha trovato conferma nella recente critica filologica.<em>(6)<\/em><\/p>\n<p>L\u2019archeologia non \u00e8 da meno della filologia nel rivelarci sorprese, che possono spiegarci meglio il significato originario dei segni pi\u00f9 maestosi e rappresentativi del potere regale e sacro delle faraoniche dinastie egiziane, quali sono le piramidi. Le piramidi, come si deduce dalla etimologia della voce dotta faraone, ricalcato nel lat.Phara-\u00f3nis sull\u2019ebr. Par\u2019\u00f3h, derivato a sua volta dall\u2019egiziano per-a\u2019a, indica la \u00abgrande casa\u00bb. Alcuni anni fa (1991) un team di archeologi americani ed egiziani scopr\u00ec in Egitto nella zona del villaggio di Abydos, circa 450 chilometri a sud del Cairo, \u00abuna intera flotta di 12 navi risalenti alla prima dinastia dei faraoni, quindi a qualcosa come 5.000 anni fa\u00bb.<em>(7)<\/em> Secondo l\u2019americano David O\u2019Connor, la flotta, datata tra il 2.700 e il 3.000 B.C., sarebbe stata sepolta nelle vicinanze dei luoghi funebri \u00abper permettere ai faraoni di salire a bordo di questi &#8220;vascelli magici&#8221; e di compiere il lungo viaggio nell\u2019aldil\u00e0, cavalcando i raggi del sole di giorno e le stelle del firmamento di notte\u00bb. Questo ritrovamento mi induce altres\u00ec a segnalare le ricerche promosse dall\u2019Associazione internazionale \u00abAntropologia e mondo antico\u00bb, presieduta da Carlo Tullio Altan, con sede centrale a Siena, della quale faccio parte; che ha tenuto peraltro, nel maggio dell\u2019anno scorso (1995) a Milano, un convegno internazionale di antichistica e antropologia su \u00abEssere io, essere noi: identit\u00e0 individuali e collettive\u00bb, dove lo storico Pascal Vernus relazion\u00f2 proprio su <em>Histoire collective et identit\u00e9 individuelle dans l\u2019Egypte pharaonique<\/em> .<em>(8)<\/em><\/p>\n<p>Per quanto attiene al moderno, notevole \u00e8 stato l\u2019approfondimento delle ricerche antropologiche.<em>(9)<\/em> La cultura africana ha dato in questi ultimi decenni prova di grande vitalit\u00e0, in campo letterario, specificamente narrativo e poetico.<em>(10)<\/em> Ne ebbi conferma nelle Giornate di studi comparativistici svoltesi nel 1984 su \u00abLangage et culture en Afrique de l\u2019Ouest\u00bb.<em>(11)<\/em>Sulle fiabe di magia \u00e8 da poco uscito in Germania un importante studio di S. Schmidt, Zauberm\u00e0rchen in Afrika. Endhiungen der Damara una Nama, K\u00f2ln, K\u00f3ppe, 1994.<em>(12)<\/em><\/p>\n<p>Tutto ci\u00f2 consente di immaginare il contesto naturale e ^culturale in cui sono sorte le dimore del Sole, come Laureano definisce le oasi del Sahara, che in tutti i loro tipi hanno, a fondamento costruttivo e come confine di separazione dal deserto, l\u2019acqua, quale simbolo di un benefico naufragio primordiale. Gli Egizi, riferisce Strabene (Geografia XVII, 1, 5), chiamano oasi i luoghi abitati circondati da vasti deserti, come isole nel mare aperto. La voce propria \u2018acqua\u2019 ha anche il senso di una fonte salutare e sacra, ed \u00e8 congiungibile per il radicale con \u2019soglia\u2019 e \u2018viaggio\u2019, \u2018cammino\u2019. L\u2019acqua, dunque, innuclea il duplice significato di un bisogno fisiologico e di una protezione divina: entrambi necessari per il viaggio nel deserto. Non a caso si trovano compendiati nel culto bizantino della Odegitria e in particolare in quello della Madonna d\u2019Idris a Matera, la cui immagine invisibile fu tutt\u2019uno con la roccia, che s\u2019erge al centro del Sasso Caveoso sull\u2019alta sponda del torrente Gravina.<\/p>\n<p>La trattazione di Laureano ci predispone e ci spinge a tali escursioni semantiche, che non sono avulse dalla comprensione della realt\u00e0, anzi l\u2019agevolano e provano. Altrettanto chiarificatrici del nesso natura-cultura sono le metafore ricorrenti nelle culture mediterranee e orientali in genere. E fa bene Laureano a riportarle nel suo discorso o nei testi messi ad occhiello dei capitoli. Una di esse \u00e8 il \u00abventre del Sahara\u00bb algerino, ossia del gigante Sahara; un\u2019altra \u00e8 la sua voce, che i Taureg ascoltano seduti al tramonto sulle cime delle dune pi\u00f9 alte: perle, tutt\u2019\u00e8 due insieme, assai significative di antropomorfismo del deserto considerato come gigante. Il gigante \u00e8 stato sempre il predecessore autoctono dei personaggi sacri nei culti religiosi del bacino mediterraneo. Una corrispondenza la troviamo nel nome del Promontorio garganico, la cui radice gar- (comune anche a gravina e, da cui viene il nome del torrente Gravina) significa gola, riferibile alla conformazione grottale e cavernosa della montagna, raffigurabile con quella di un gigante (qual \u00e8 e come si chiama, per il principio <em>nomen-omen<\/em>, il sovrumano personaggio rabelaisiano di <em>Gargantua<\/em>). Il che ci riporta al mitico dio Gargan, che ha preceduto l\u2019insediamento di divinit\u00e0 profetiche e guaritrici, quale Giove Dodoneo, Calcante e San Michele, fino al contemporaneo Padre Pio: una successione che trova riscontro nel Mont Saint Michel, fra Bretagna e Normandia, celebre per il gioco notturno e diurno delle maree, il cui nome originario era Mont de Gargan.<em>(13)<\/em><\/p>\n<p>Altro interessante esempio di correlazione di parola e cosa si pu\u00f2 cogliere nell\u2019architettura delle oasi per la ripartizione delle acque, che, come illustra Laureano, avviene mediante la <em>kesria<\/em>, un \u00abparticolare dispositivo in pietra a forma di pettine, che, attraverso i suoi denti, immette l\u2019acqua nelle canalizzazioni secondo le quote di propriet\u00e0. Da qui la sacralit\u00e0 magica del pettine (onde<em> kesria<\/em> potrebbe significare proprio pettinessa ripartitrice), usato come segno di fertilit\u00e0 e crescita, gioiello portato dalle donne berbere, tatuaggio di prestigio sociale o foggia distintiva di pettinatura. Tutto questo si confa con la tradizione oggettuale e ideologica del pettine che appare come strumento per la strigliatura della lana delle pecore nel Neolitico, in corrispondenza della ricostruibile voce indoeuropea <em>pekten.(14)<\/em> II secondo passaggio \u00e8 rappresentato dal pettine del telaio, che serve appunto a far passare attraverso i suoi dentelli \u00abtutti i fili dell\u2019ordito a fine di dividerli regolarmente\u00bb (GDLI, s.v. 2). Tale funzione, analoga a quella della <em>kesria<\/em> algerina, \u00e8 propria del cardare (s.v. in GDLI) consistente nel \u00abpulire e pettinare (con gli scardassi o con le carde meccaniche) la lana, il lino, la canapa ecc., in modo da separare le fibre e renderle soffici e senza nodi\u00bb. La cardatura o scaratura operata sul telaio si sviluppa come tecnica applicata al prodotto della strigliatura della lana sul corpo delle pecore. E al pettine del telaio, derivato direttamente da quello d\u2019uso pastorale, si riferisce il noto detto <em>Tutti i nodi vengono al pettine<\/em>, che invece viene modernamente riferito, per il disuso dello strumento, al pettine tascabile o da toilette.<em>(15)<\/em> Ma la pi\u00f9 suggestiva connessione linguistico-antropologica fra natura e cultura \u00e8 quella tra la concezione e la voce denominativa del giardino, nel passaggio parallelo che l\u2019immagine compie dall\u2019aspetto sacro di orto chiuso, Eden (mutato e inteso da n\u00f3me comune, indicante il deserto, a nome proprio di luogo) a sito estetico e voluttuario, per influenza del gr.<em> Tcap\u00e0Se.iocx<\/em> ricalcato sul persiano <em>pard\u00e9s<\/em>, con cui fu tradotto l\u2019ebr. Eden (Gen. 2,8). Da qui la qualifica di giardino dei beati e la sua identificazione nel Paradiso cristiano, che \u00e8 l\u2019idealizzazione del medievale Paradiso terrestre, nonch\u00e9 la similitudine con l\u2019oasi, dove \u00absi rinnova continuamente il miracolo della rinascita vegetativa della natura\u00bb e che, nel gr.<em>( )<\/em>\u2018riposo, rifugio\u2019, ricalcato sull\u2019antico egiziano <em>uah<\/em> \u2019stazione\u2019, s\u2019inscrive anch\u2019esso nella ideologia del cammino terreno e ultraterreno, di cui costituirebbe solo una tappa. Di tali tappe o poste di viaggio \u00e8 segnato il percorso delle antiche carovaniere che trasportavano oro, incenso e mirra, prodotti di largo giro commerciale utilizzati anche da Egizi e Caldei come donativi rituali da offrire alle Divinit\u00e0. Incenso e mirra si estraevano da alberi esotici che prosperavano non nei giardini della valle del Nilo, ma in quelli dello Yemen e dell\u2019Arabia felix et fortunata (Plinio XII, 30). E dall\u2019Oriente provennero i tr\u00e9 (o quattro) R\u00e8 Magi alla Grotta di Betlemme, gi\u00e0 adibita al culto di Tammuz, divint\u00e0 ebraica di ambiente agricolo-pastorale.<\/p>\n<p>Le oasi del deserto presentano altre problematiche, a cui la recente ricerca antropologica sta dando delle risposte convincenti riguardo alla individuazione dei centri di ritualit\u00e0 e potere: le Capitali del deserto, potremmo chiamarle, esistenti anche in societ\u00e0 apparentemente frantumate e in spazi senza fissi confini. Sono state rilevate in Indonesia, Africa, Medio Oriente e analizzate sul piano antropologico da Pernotti, Scarduelli e Fabietti.<em>(16)<\/em> Esse andrebbero aggiunte alle Citt\u00e0 del sole, se non altro per il simbolismo architettonico che i relativi edifizi del potere riflettono. Ecco quanto, ad esempio, Scarduelli ha riscontrato nei villaggi dell\u2019isola di Nias, che si trovano agli estremi confini occidentali dell\u2019arcipelago indonesiano, a ovest di Sumatra:<\/p>\n<p><em>[\u2026] i quattro pilastri angolari presso i quali siedono consiglieri, depositar! della tradizione, sono chiamati &#8220;pilastri del ciclo&#8221; (chomo banua) e [\u2026] quello sotto il quale trova posto il primo consigliere viene indicato come &#8220;fondamento del ciclo&#8221;. Invece i quattro pilastri centrali sotto i quali siedono i nobili e il capo sono definiti osale, termine che indica ci\u00f2 che \u00e8 sacro, potente, proibito. Se le posizioni spaziali dei dignitari e dei capi visualizzano, attraverso l\u2019opposizione centro\/periferia, i rapporti gerarchici, i termini con i quali tali posizioni vengono indicate stabiliscono due diverse modalit\u00e0 di comunicazione con il mondo degli spiriti ancestrali: i consiglieri, i &#8220;pilastri del ciclo&#8221;, sono i depositar! e i custodi della tradizione, coloro che vigilano affinch\u00e8 venga rispettata; il capo e i nobili, dotati di un potere rivestito di sacralit\u00e0 in quanto discendenti diretti degli antenati fondatori, incarnano l\u2019ordine e i valori tradizionali e assicurano la riproduzione materiale e sociale della comunit\u00e0; \u00e8 quindi nel baie che la centralit\u00e0 simbolica del capo assume il massimo rilievo. L\u2019associazione del baie con l\u2019ordine cosmico \u00e8 poi rafforzata dal fatto che la parte anteriore dell\u2019edificio \u00e8 dedicata a Lowalani, la divinit\u00e0 celeste, mentre quella posteriore \u00e8 dedicata a Latura Dano, dio degli Inferi.(7)<\/em><\/p>\n<p>Una trattazione specifica meriterebbero le oasi di pietra, che, per la struttura architettonica, il modello di vita e i valori che tramandano. Laureano pone forse troppo arditamente sullo stesso piano delle oasi del deserto. Comunque le oasi di pietra site nell\u2019Italia del Sud ci appartengono pi\u00f9 da vicino. O siamo noi che apparteniamo a loro, che sono segni testimoniali di una duplice miseria, materiale e psicologica, e per\u00f2 furono complessi vitali, di una vitalit\u00e0 violentata (mi riferisco ai Sassi di Matera) o degradata (mi riferisco ai Trulli di Alberobello)? Solo in una prospettiva globale le loro forme e strutture di vita hanno analogie e ragioni comuni di riscatto con quelle di popoli primitivi. Laureano ne discorre ampiamente: ai Sassi \u00e8 tutto dedicato il suo precedente libro, ai Trulli &#8211; chi sa? &#8211; dedicher\u00e0 il prossimo?<\/p>\n<p>Concludo sottolineando e rimarcando la proposta racchiusa nel titolo del libro <em>La piramide rovesciata<\/em>, che \u00e8 il leitmotiv di tutta la trattazione. Al di l\u00e0 del suo valore di messaggio, essa vale come tesi culturale da opporre alla interpretazione darwinistica (e non esattamente darwiniana) delle leggi evolutive, che stimolerebbero una continua lotta o sfida collettiva e individuale di resistenza e prevalenza. La punta della piramide va rivolta in gi\u00f9, per penetrare nella terra e succhiarne gli umori, adeguando e armonizzando la nostra cultura alla natura, non il contrario.<\/p>\n<p>GIOVANNI BATTISTA BRONZINI<\/p>\n<hr \/>\n<p>* Testo, sistemato per la stampa, della presentazione, svoltasi il 9 febbraio 1996 nella Sala Consiliare del Comune di Alberobello, del volume di PIETRO LAUREANO, <em>La piramide rovesciata<\/em>. <em>Il modello dell\u2019oasi per il pianeta Terra<\/em>, Torino, Bollati Boringhieri, 1995.<\/p>\n<p><em>(1)<\/em> <em>Cfr.<\/em> GIOVANNI BATTISTA BRONZINI, <em>La devianza<\/em>. Premessa di ordine <em>antropologico-culturale<\/em>, in \u00abAtti pre-congressuali del VI Convegno della Societ\u00e0 italiana di criminologia\u00bb (Bari, 22-25 aprile 1977), Bari, Adriatica. 1977, pp 11-16; ID., <em>Cultura contadina e idea meridionalistica<\/em>. Bari, Dedalo, 1982, pp. 95-116.<\/p>\n<p><em>(2) Cfr. <\/em>GAETANO FORNI<em>, Acqua e agricoltura, in margine al X Congresso intemazionale degli agromusei <\/em>(27 sctt.-3 ott. 1992), in \u00abLares\u00bb, LIX, 1993, pp. 333-355.<\/p>\n<p><em>(3) <\/em>FEDERIGO CHABOD<em>, Storia dell\u2019idea d\u2019Europa,<\/em> a cura di Ernesto Sestan e Armando Saitta, 4&#8243; ed., Bari, Laterza, 1970, pp. 23, 58, 61.66.<\/p>\n<p><em>(4) <\/em>ERNESTA CERULLI<em>, Traduzione e etnocidio. I due poli della ricerca etnologica oggi, Torino, <\/em>Utet, 1977: opera da me recensita in \u00abLares\u00bb, XLV, 1979, 4, pp. 571-574.<\/p>\n<p><em>(5) <\/em>ERODOTO<em>, Le Storie, <\/em>a cura di Aristide Colonna e Fiorenza Bevilacqua, II, Torino, Utet, 1996, p. 73.<\/p>\n<p><em>(6)<\/em> CARI.O FERDINANDO RUSSO, <em>Lo stile dell\u2019ergo da Chio a Roma<\/em>, in \u00abMiscellanea di studi in onore di Aurelio Roncaglia\u00bb, 4 voll. Modena, S.T.E.M., 1990: IV, pp 1185-1186; ID., <em>I barbari a Chio, da \u2018Alef ad Alfeo<\/em>, in \u00abBelfagor\u00bb, XLVIII, 1993, 4, pp. 647-654.<\/p>\n<p><em>(7)<\/em> Notizia data in \u00abLa Gazzetta del Mezzogiorno\u00bb del 22 dicembre 1991, p 15<\/p>\n<p><em>(8)<\/em> Gli Atti sono in corso di stampa<\/p>\n<p><em>(9)<\/em> Segnalo alcune importanti pubblicazioni di etnologia e antropologia culturale: ERNESTA CERULLI e VITTORIO MACONI, <em>Popoli e culture dell\u2019Africa<\/em>, Genova, Tilgher, 1962; AA.VV., <em>Tradizione e mutamento in Africa<\/em>, Bologna, Coop. Libraria Universitaria, 1974; JOHN BEATTIE, <em>Un reame africano: bunyoro<\/em>, Roma, Officina Edizioni, 1974; MARIANNITA LOSPINOSO, <em>II divorzio nell\u2019Africa Occidentale e nel Camerun<\/em>, Genova, Tilgher, 1975, ID., <em>Ombre divise e maschere umane<\/em>, Napoli, Liguori, 1987; J. KI-ZERBO, <em>Storia dell\u2019Africa nera. Un continente tra la preistoria e il futuro,<\/em> Torino, Einaudi, 1977; MARIO ATZORI e MARIA M. SATTA, <em>Cristianesimo e colonialismo. Conquistadores, missionari e stregoni in Africa,<\/em> Cagliari, Zonza, 1978.<\/p>\n<p><em>(10)<\/em> Per la letteratura e critica letteraria: ROBERT PAGEAD, <em>L\u2019\u00e9volution de la litt\u00e9rature en Afrique noire: un nouveau manteau d\u2019Arlequin<\/em>, in \u00abLes Lettres Romanes\u00bb, XXXIII, 1979, pp. 329-333; PETER ABRAHAMS, <em>Dire Libert\u00e0. Memorie del Sud Africa<\/em>, a cura di Itala Vivan, Roma, Edizioni Lavoro, 1987; DRISS CHRAIBI, <em>Nascita all\u2019alba. Romanzo<\/em>, trad. di Cristian Paterlini e Rolando Damiani, edizione italiana, a cura di I. Vivan, Roma, Edizioni Lavoro, 1987.<\/p>\n<p><em>(11)<\/em> Si vedano gli \u00abActes des journ\u00e9es d\u2019\u00e9tudes en litt\u00e9rature orale. Analyse des contes &#8211; Probl\u00e8mes de m\u00e9thodes (Paris, 23-26 mars 1982), intitolati <em>Le conte, pourquoi? comment?<\/em> &#8211; <em>Folktales, why and how?<\/em>, Paris, Editions du Centre National de la Recherche Scientifique, 1984.<\/p>\n<p><em>(12)<\/em> Cfr. \u00abFabula\u00bb, XXXVI, 1995, pp. 365 366.<\/p>\n<p><em>(13)<\/em> Cfr. G. B. BRONZINI, <em>La Puglia e le sue tradizioni in proiezione storica <\/em>(con particolare riguardo al Gargano), in \u00abArchivio storico pugliese\u00bb, XXI, 1968, pp. 83-117.<\/p>\n<p><em>(14)<\/em> Cfr. MARIO ALINEI, <em>La stabilizzazione di\u2019! quadro geolingulstica europeo nel Mesolitico e Neolitico: stadio III<\/em> di Homo Loquens, in \u00abQuaderni di semantica\u00bb, XVI, 1995, 2, pp 187-210: 197.<\/p>\n<p><em>(15) <\/em>Cfr. TEMISTOCLE FRANCESCHI, <em>II proverbio e l\u2019Api<\/em>, in \u00abArchivio glottologico italiano\u00bb, LXIII, 1978, pp. 110-147: 130, G. B. BRONZINI, <em>La letteratura popolare dell\u2019Ottonovecento Profilo storico-geografico<\/em>, Milano-Fircnze, Istituto Geografico De Agostini-Le Monnier, 1994 (\u00abStrumenti per l\u2019italiano\u00bb, dir. da Giovanni Nencioni, Ignazio Baldelli, Francesco Sabatini, n 5), pp159-160; ID., <em>La logica del proverbio<\/em>, in Atti del 1\u00b0 Convegno di studi dell\u2019Atlante Paremiologico Italiano (Modica, 26-28 ottobre 1995), in corso di stampa.<\/p>\n<p><em>(16)<\/em> FRANCESCO REMOTTI, PIETRO SCARDUELLI, UGO FABIETTI, <em>Centri, ritualit\u00e0, potere. Significati antropologici dello spazio<\/em>, Bologna, II Mulino, 1989.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Da LARES Rivista trimestrale di studi demoetnoantropologici diretta da Giovanni Battista Bronzini Gi\u00e0 Bollettino della Societ\u00e0 di Etnografia Italiana fondato nel 1912 e diretto da L. Loria (1912), F. Novati (1913-1915), P. Toschi (1930-1974) Anno LXII n.4 Ottobre-Dicembre 1996 Sulle orme delle carovaniere del deserto Il viaggio di un architetto antropologo Nella successione a distanza [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":7,"featured_media":527,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[11],"tags":[],"class_list":["post-526","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-national-press"],"aioseo_notices":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/ipogea.org\/en\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/526","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/ipogea.org\/en\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/ipogea.org\/en\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/ipogea.org\/en\/wp-json\/wp\/v2\/users\/7"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/ipogea.org\/en\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=526"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/ipogea.org\/en\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/526\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":1791,"href":"https:\/\/ipogea.org\/en\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/526\/revisions\/1791"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/ipogea.org\/en\/wp-json\/wp\/v2\/media\/527"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/ipogea.org\/en\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=526"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/ipogea.org\/en\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=526"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/ipogea.org\/en\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=526"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}